FEDERICO MARCHIORO

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Lettera contemporanea

Caro Alberto,

amico d’infanzia, compagno di quella stagione della mia vita chiamata Primavera;

quando uscivamo di nascosto, come banditi nel cuore della notte, per andare a vedere le stelle

dal confine austriaco e tutti quei cappuccini, prezioso rito consumato ad ogni sera della

vigilia di Natale, parlavano ai nostri cuori.

Sono passati più di sei mesi da quando sei ripartito per il Portogallo e mentre ti sto scrivendo

questa lettera quante cose intorno a noi stanno cambiando.

Dalla stanza accanto, la voce di una radio dice che dobbiamo prepararci. Che la storia, tutto

ad un tratto, si è rimessa a correre, a scoprire le sue carte, ad aprire nuove ed infinite

combinazioni.

A Londra, a New York, a Madrid i sedili della metro sono tutti insanguinati; gli assassini,

gl’impertinenti, i maleducati da museo si sono fatti avanti, alzano la tensione e il livello dello

scontro. Voglia di riscatto, entusiasmo, una rabbia medievale tengono dalla loro parte e hanno

dato inizio alla battaglia finale per la conquista del governo mondiale.

Miliziani iracheni, soldati di ultima generazione controllano il territorio, istituiscono blocchi

di blocco, chiedono documenti; e chissà per quanto tempo ancora potrò permettermi di

giocare a fare “l’artista”, commuovermi per una fiaba di Rigoni Stern, occuparmi di tramonti

ed altre poeticherie del genere prima che arrivi il giorno in cui sarò costretto a scappare e a

dovermi nascondere a causa delle mie idee.

Ma in fondo di tutto questo, se devo essere sincero, non me ne importa proprio nulla.

Anzi ! Sai che ti dico? vadano pure a farsi fottere! una volta per tutte, i miliziani iracheni e

quei maledetti assassini di New York perché da quando è morto mio padre la mia unica, vera

preoccupazione è diventata quella di riuscire a convivere con la mia solitudine.

Di dare un senso, un significato, un motivo, a questa schifosa malattia che mi porto dentro.

Il mio cuore si è chiuso, incattivito dal dolore, e continua a camminare avanti e indietro lungo

un vicolo cieco, dimenticato da tutti per giorni e a volte intere settimane.

E la sola morfina capace di tenermi in piedi di fronte al ricordo di mio padre e ai

molti sensi di colpa è questa necessità, questo bisogno di scrivere e di raccontarti quello

che sento.

Dei vecchi amici non ho quasi più notizie. Filippo e Andrea hanno messo la testa a posto e si

sono sposati. Qualcun’altro non ha ancora rinunciato alle sue vecchie abitudini e al momento

risulta disperso in qualche squallido locale di periferia a consumare pallottole di Tequila in

compagnia di un’esotica puttanella, trofeo di turno del sabato sera.

Ognuno alla fine, com’è giusto che sia, ha preso la sua strada per cercare di raggiungere o

anche solo toccare per un momento con un dito quello stato di cose, quella sensazione

momentanea che tutti comunemente definiamo come “felicità”.

Ma quando penso a loro provo un senso di compassione perché tutto quello che noi

cerchiamo di costruire, giorno dopo giorno, nelle nostra vita è inevitabilmente destinato

alla sconfitta e al fallimento.

Ora ti devo lasciare, credo ti averti detto tutto, vado a prepararmi, sto per uscire.

Pensa! La scorsa notte, mentre dormivo, mi è apparso in sogno uno sconosciuto che mi ha

detto di presentarmi stasera dall’altra parte della città, al porto, perche c’è una nave, un

imbarco che mi sta aspettando.

Una nave pronta a portarmi in una terra bellissima che non ho mai visto prima.

Un luogo dove ogni mia sofferenza sarà guarita; il mio povero cuore troverà la pace, quelle

risposte che da molto, troppo tempo, sta cercando e come un albero piantato lungo il fiume

darà tanti frutti e vivrà in eterna primavera.

E un giorno, con una gioia negli occhi, potrò ripensare a questi giorni che sto vivendo

solamente come ad un pallido e lontanissimo ricordo.

Ciao Alberto,abbi cura di te,un abbraccio. Federico

 

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